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Salute d’impresa: gli indici di bilancio da tenere d’occhio

25.03.2021 | | Digital Finance

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La lettura consapevole dei dati di bilancio è lo strumento migliore che l’imprenditore ha a disposizione per comprendere la salute della propria impresa.

Se questo è vero sempre, lo è ancora di più in questo particolare momento storico; da qualche giorno cominciano ad essere disponibili i primi bilanci 2020 e le imprese hanno la possibilità di verificare su carta l’impatto del Coronavirus sulla propria attività al di là di statistiche e previsioni. Come hanno impattato realmente le chiusure sul fatturato? Il più facile accesso al credito ha migliorato la liquidità aziendale o ha portato al sovraindebitamento? Senza l’analisi della situazione economico-finanziaria e patrimoniale attuale, ogni strategia di ripresa si rivela un azzardo.

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Come si leggono i dati di bilancio?

Il bilancio rappresenta la situazione patrimoniale e economico-finanziaria di un'impresa in un determinato momento, solitamente coincidente con il termine del periodo amministrativo. All’interno di un bilancio, nella buona parte dei casi, i dati si presentano suddivisi in due prospetti contabililo stato patrimoniale e il conto economico

 

Lo stato patrimoniale fotografa il patrimonio della società allo stato attuale, suddiviso nelle sue due principali componenti: le attività e le passività.  Nelle attività rientrano i beni materiali e immateriali in possesso dell’impresa (gli immobili, i macchinari, la strumentazione, ma anche le risorse liquide e crediti verso la clientela); le passività i debiti della società, sia di natura finanziaria che i debiti verso i fornitori e altri soggetti quali il fisco e i dipendenti. La differenza tra l’attivo è il passivo costituisce il patrimonio netto. Se è negativo, la società non viene considerata solvibile e i soci saranno chiamati a liquidare la società o a riportare il patrimonio netto nuovamente in positivo con un nuovo versamento di capitale.

 Nel conto economico troviamo invece le informazioni su come la società durante il corso dell’anno ha impiegato le risorse disponibili. Anche qui le voci sono suddivise nelle due principali componenti di reddito, i costi e i ricavi; sia quelli derivati sia dalla gestione caratteristica dell’impresa (ovvero dall’attività di produzione e alla vendita dei prodotti o servizi) che quelli derivanti dalla gestione finanziaria. La differenza porta a ottenere il risultato di esercizio (l’utile o la perdita del periodo), che confluisce nello stato patrimoniale andando a incrementare o decrementare il patrimonio netto.

Utile e patrimonio netto sono due indicatori fondamentali,
ma non bastano a comprendere se l’azienda è sana o a rischio di default. Per approfondire l’analisi, è necessario osservare l’andamento delle tre principali aree che determinano l’equilibrio economico-finanziario della società: la solvibilità, la liquidità e la redditività.

Gli indici di solvibilità

Per finanziare le attività un’impresa può attingere a diverse fonti, interne o esterne. Gli indici di solvibilità forniscono indicazioni sull’utilizzo delle fonti di finanziamento: il capitale di rischio (o capitale proprio), ovvero il capitale investito dall’imprenditore o dai soci dell’azienda, e il capitale di terzi, ovvero il capitale confluito nell’impresa attraverso la contrazione di debiti con soggetti esterni.

Il ricorso a finanziamenti esterni non è di per sé negativo, ma per evitare il sovraindebitamento il rapporto tra le fonti deve mantenersi equilibrato. L’indice a cui si ricorre principalmente per osservare la proporzione tra le fonti di finanziamento è il leverage.

Questo indice misura l’indebitamento complessivo dell’azienda e può essere calcolato rapportando il totale passività al patrimonio netto (entrambi i valori sono indicati nello stato patrimoniale): se il risultato è pari a 1 l’utilizzo delle fonti è equamente distribuito tra capitale proprio e capitale di terzi, mentre valori superiori a 3 segnalano un forte squilibrio.

Un altro indice frequentemente impiegato nell’analisi di solvibilità è il leverage finanziario, che indica l’indebitamento finanziario dell’azienda (debiti totali finanziari / patrimonio netto). Il leverage finanziario consente di comprendere il grado di dipendenza dell’azienda dalle banche e altri istituti di credito: anche in questo caso, più è alto il valore, più indebitata risulta l’azienda.

Gli indici di liquidità

Un conto è avere un indebitamento elevato a causa di un prestito appena ricevuto e da restituire nel tempo, un altro è avere i creditori alle porte. Le passività possono infatti essere composte sia da debiti a medio/lungo termine (passività consolidate) che da debiti breve termine (passività correnti) da saldare entro l’esercizio successivo. Per pagare quest’ultimi, l’impresa deve disporre di contante o, per lo meno, di beni convertibili in breve tempo in contante. Gli indici di liquidità consentono quindi di verificare se l’azienda è in grado di far fronte ai propri debiti a breve termine con le risorse già disponibili o di cui verrà a disporre nei mesi successivi.

 Il principale indice utilizzato nell’analisi di liquidità è il current ratio, che misura il rapporto tra le passività correnti e le attività correnti, sotto la cui voce, riportata nello stato patrimoniale, confluiscono le risorse di denaro liquido dell’azienda, le scorte di magazzino e i crediti vantati nei confronti di clienti (oltre ad alcune tipologie di attività finanziarie). È auspicabile che il valore del rapporto dia un risultato compreso tra 1.5 e 2.5; valori compresi in questo range indicano infatti che l’azienda è in grado recuperare nel breve periodo le risorse necessarie a saldare i propri debiti.  

Ma non solo molte aziende non hanno magazzino, ma vendere i propri prodotti non è sempre facile né immediato: per questo, insieme al current ratio, si utilizza anche il quick ratio, che calcola il rapporto tra l’attivo ed il passivo corrente escludendo dal primo il valore delle scorte.
In questo caso, il risultato ottimale è compreso tra 1 e 2. 

Gli indici di redditività

Gli indici di redditività misurano la capacità di un’impresa di generare profitto sul capitale investito. Esistono svariati indici e diversi metodi per misurare la redditività, ma in particolare sono due quelli più ampiamente diffusi: il ROI ed il ROE.

 Il ROI, acronimo dell’inglese Return on Investment, misura il margine di rendimento di un determinato investimento. Esistono diverse formule per calcolare il ROI, una delle quali è il rapporto tra il Margine Operativo Netto, la voce del conto economico che esprime il margine di guadagno che l’azienda trae dalla sola vendita dei propri prodotti/servizi, e il Totale Attivo, che indica la somma del capitale investito nell’azienda. Non esiste un valore di riferimento per valutare se il margine di guadagno sull’investimento è soddisfacente, molto dipende dalla media del settore e dal Paese in cui opera l’azienda. Certamente, tuttavia, più alto è il margine, più fruttuoso è stato l’investimento.

 Analogamente, il ROE (Return on Equity) esprime il margine di guadagno dei soci che hanno investito del capitale proprio nell’azienda.  Il ROE si calcola dividendo l’utile per il patrimonio netto dell’azienda, ovvero si valuta la percentuale di profitto realizzato dalla società servendosi dei soli mezzi di finanziamento propri. Anche in questo caso il risultato deve essere rapportato ai valori emersi dal confronto settoriale del Paese. Con un’eccezione: nel caso in cui l’azienda non avesse generato utili, ma al contrario fosse andata incontro a perdite, il valore dell’indice sarebbe negativo a prescindere.

L’analisi di bilancio richiede tempo ed esperienza per essere affinata, ma con Check Up Impresa puoi verificare facilmente se gli indici della tua impresa sono nella norma attraverso una scala di colore che va dal rosso al verde e scoprire in pochi secondi quali sono le aree che necessitano di intervento.

 

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