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Nuove forme di leadership: antifragile, empatica, etica

12.10.2021 | | Risorse umane

Post BLOG - Leadership antifragile

Oltre il concetto di resilienza, chi è antifragile parte da un evento profondamente negativo non tanto per superarlo ma per sviluppare nuove abilità e raggiungere nuovi traguardi. Ecco cosa può fare una leadership antifragile che è allo stesso tempo empatica ed etica.

 

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“Quella persona è un leader nato”. “Quello è un capo, ma non un leader”. “I leader dovrebbero guidare le persone ma anche dare loro autonomia, non convincerle a mettere in atto certi comportamenti”.

Sono solo alcune delle frasi che spesso si sentono dire quando si parla di leadership. Un concetto che negli ultimi anni, per via della pandemia e non solo, è tornato sempre più in auge. Anche in virtù del fatto che, per quel che riguarda la leadership nei contesti lavorativi, questa fa i conti con i profondi cambiamenti che i cosiddetti workplace hanno subito nell’ultimo anno e mezzo. Riunioni in presenza ridotte all’estremo e preferibilmente condotte su piattaforme online, lavoro in remote working o smart working per quasi tutti i dipendenti e collaboratori, poche occasioni di incontrarsi e allo stesso tempo la necessità di dare ascolto alle difficoltà di tutti e di mantenere, comunque, un obiettivo comune.

La leadership è, alla luce di tutto questo, un processo in continuo divenire, che può prevedere diversi approcci o, come direbbe David Goleman, diversi stili. Oltre a quelli individuati dal giornalista e scrittore, in questo ultimo anno e mezzo ha preso sempre più piede il concetto di antifragilità.

Resilienza e antifragilità: due modi diversi di rispondere a un evento negativo

L’antifragilità non è un concetto del tutto nuovo. La definizione si deve al filosofo libanese Nassim Nicholas Taleb che, volendo spiegare che l’opposto di fragilità non è da identificare con l’essere forti, robusti, resilienti, ha definito antifragile colui o colei che, di fronte a un evento negativo, riesce a migliorare, mettendo in campo capacità che non aveva mai messo in atto. E che forse non sapeva neanche di possedere.

Un concetto che, stando a quello che scrive Taleb nel suo libro dal titolo “Antifragile - prosperare nel disordine”, è dunque molto diverso da quello di resilienza. Se, infatti, con questa parola si intende la capacità di superare un ostacolo e andare verso l’obiettivo prefissato, nonostante quello che è successo, chi è antifragile, invece, parte dalla propria vulnerabilità per scoprire cose diverse, cambiare prospettiva e probabilmente raggiungere traguardi inaspettati.

Come, per esempio, succede agli atleti delle Paralimpiadi: basti pensare ad Ambra Sabatini, medaglia d’oro nei 100 metri femminili di atletica leggera che, a seguito dell’amputazione di una gamba a 17 anni, guardando la TV e ispirandosi ad altri atleti come Bebe Vio e Alex Zanardi, scopre un nuovo mondo e decide di entrarci. Era già una sportiva prima, ma ovviamente non contemplava la possibilità di gareggiare alle Paralimpiadi e di trovare nuovi modi di correre oltre a quello “classico”.

Antifragili si può essere anche quando si subisce un lutto, quando si perde il lavoro, quando si perde un cliente o una commessa, quando un progetto non va nel modo sperato o quando ci si butta, nonostante si sia appagati, in una nuova avventura. Come, d’altronde, spiegano Giuseppe Vercelli, psicologo dello sport, e Gabriella D’Albertas nel libro pubblicato da Feltrinelli dal titolo “Antifragili. Fai della fragilità il tuo punto di forza e dell’incertezza il tuo cavallo di battaglia”.

Cosa c’entra tutto questo con la leadership? Tantissimo.

Cos’è la leadership “antifragile”

Un leader che riconosce queste caratteristiche e le fa sue, anzi le avalla, sa che le persone del suo team possono adottare un atteggiamento che le porterà a risolvere problemi vecchi con soluzioni nuove, a sperimentare, anche senza una strada definita a priori. In altre parole: a fare innovazione.

Più che diventare resistenti di fronte a una situazione, le persone “cambiano” e si evolvono: questo è possibile se le persone hanno un leader che è in grado di riconoscere tale cambiamento, di accoglierlo e di conseguenza guidarlo; un leader che non si lega a vecchi schemi e che evita atteggiamenti autocratici.

Questo tipo di leadership, come sappiamo, purtroppo è ancora particolarmente diffusa e si basa sul fatto che il leader prenda delle decisioni e gli altri si adeguino.  Le cose antifragili, invece, come scrive Taleb, crescono spontaneamente in forma auto-organizzata e un leader che vuole accoglierle deve essere capace di favorire la sperimentazione e l’apprendimento continuo per trovare nuove strade.

Una leadership antifragile è quella che molte aziende si sono trovate a mettere in campo con il lavoro a distanza, diventato vitale da un giorno all’altro per via del lockdown: anziché resistere o aspettare che tutto fosse finito, infatti, molte imprese hanno cercato di accogliere questo cambiamento, a volte senza essere davvero pronte.

Empatia ed eticità per la leadership di oggi

Tutto questo ovviamente comporta una forma mentis differente e un approccio inizialmente più confuso ma anche più collaborativo che, per essere efficace, ha bisogno di un leader che sia empatico e capisca il momento che le “sue” persone stanno attraversando. Un tipo di leadership che, come ci ha spiegato Silvia Zanella, ha caratteristiche e competenze “femminili”.

Un aspetto, anche questo, tutt’altro che scontato perché spesso un leader, focalizzato sul raggiungere i suoi obiettivi, tende a non mettersi nei panni degli altri, a non capire quello che stanno davvero vivendo e come lo stanno vivendo. Magari lo percepisce o intuisce, ma non va davvero a fondo.

Antifragilità ed empatia si collegano a un altro modo di essere leader: etico. Attuare una leadership etica vuol dire non solo definire il successo in base ai risultati raggiunti, ma anche analizzare il modo in cui questi sono ottenuti. Vuol dire, inoltre: ascoltare cosa hanno da dire i dipendenti e comunicare con loro in maniera aperta, spiegando cosa c’è dietro determinate decisioni e rendendoli parte attiva del processo decisivo.

Un modo di essere leader che è sempre più necessario nel mondo che stiamo vivendo, per accogliere davvero le diverse personalità, il diverso modo di esprimerle e raggiungere con successo gli obiettivi prefissati.

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