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Upskilling e reskilling: come gestirli al meglio in un mondo che cambia

21.12.2021 | | Risorse umane

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Quello che stiamo vivendo è un periodo di grandi cambiamenti e lo constatiamo ogni giorno. Nella vita privata così come nel mondo del lavoro occorre apprendere di continuo e fare spazio alle novità. Evolvere, senza cambiare radicalmente, è diventato quasi un mantra. Cosa vuol dire questo nei contesti lavorativi e soprattutto qual è il ruolo della formazione in azienda?

La risposta potrebbe risiedere in due parole anglosassoni, che sintetizzano due veri e propri approcci formativi: upskilling e reskilling.

Vediamo in cosa consistono e soprattutto cosa un’azienda, un’organizzazione, un ente possono fare per gestirle al meglio.

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Cosa significa upskilling

La parola upskilling, con il suo prefisso “up”, fa già intuire di cosa parliamo. Fare upskilling, infatti, vuol dire adeguare e arricchire le competenze di cui si è già in possesso per venire incontro alle necessità di un mondo in continuo cambiamento ma anche di quelle del settore in cui si lavora. Fare cioè un upgrade, così come lo si fa di un abbonamento a un servizio, per avere più opportunità.

Esempi di upskilling

Per fare un esempio, prendiamo una persona che lavora come amministrativa in un’azienda. Questa persona potrebbe avere scarse competenze digitali, perché nel periodo pre-Covid raramente le veniva richiesto di digitalizzare i documenti e usare archivi online. Imparare a farlo, usare strumenti in cloud, avvalersi di un’app è un modo per lei di fare upskilling e gestire, così, il suo lavoro in modo più efficiente, venendo incontro alle nuove esigenze, sia degli altri dipendenti sia dell’azienda stessa.

Continuando con gli esempi: uno sviluppatore software potrebbe dover imparare un nuovo linguaggio di codifica, mentre un web designer potrebbe avere la necessità di utilizzare un nuovo CMS (Content Management System) più adatto al tipo di sito da realizzare. O ancora, si potrebbe chiedere a chi lavora in un ufficio stampa di realizzare, oltre a contenuti scritti, anche di podcast con interviste al CEO e ai manager dell’azienda.

Tutte queste persone, in ottica di aggiornamento, devono partire da ciò che sanno fare e aggiungere a questo delle competenze in più.

Tutto ciò può rendere i lavoratori più soddisfatti oltre che più coinvolti, ridurre il turnover dei dipendenti, ma anche evitare che l’azienda debba continuamente guardare altrove per cercare nuove competenze che può, invece, coltivare “in house”.

Cosa significa reskilling

Il significato di reskilling è diverso: il prefisso “re” indica un reinventarsi, un cambiamento per certi versi profondo che va oltre l’aggiornamento e individua la necessità di sviluppare nuove abilità, che permettano alle persone di ricoprire un ruolo diverso. Un’azienda che va in ottica di reskilling avvia un percorso di riqualificazione delle persone e delle loro competenze.

Esempi di reskilling

Facciamo sempre qualche esempio per spiegarci meglio. Poiché con il lavoro ibrido sono pochi quelli che vanno in azienda, si decide che alla reception possa bastare solo una persona; allo stesso tempo però c’è bisogno di più risorse per rispondere prontamente ai clienti. In questo caso si può riqualificare una persona che si occupava della reception affinché possa lavorare nel customer care. Si tratta sempre di un lavoro di accoglienza, ma di natura diversa: il lavoratore o la lavoratrice avrà bisogno di conoscere nuovi strumenti, digitali e non solo, oltre che di conoscere bene i prodotti e servizi e tanto altro ancora.

Come favorire il processo di apprendimento e riqualificare la forza lavoro

Riqualificare la forza lavoro, aggiornando le competenze o formandole su ruoli diversi, secondo il rapporto di McKinsey sul futuro del lavoro dal titolo “Jobs lost, jobs gained: Workforce transitions in a time of automation” è un’esigenza che riguarderà 375 milioni di lavoratori. Questo perché, per via di una accelerazione digitale spinta anche della pandemia, le aziende avranno sempre più bisogno di persone che siano all’altezza delle varie situazioni.
Puntare sull’upskilling e il reskilling conviene sia alle imprese sia ai lavoratori, che potranno così mantenere il loro posto anche se dovranno essere disposti a cambiare.

Ma come possono le aziende favorire questo processo?

Lavorare con i dipartimenti HR in maniera costante

Diventa fondamentale il ruolo dell’HR, che non si occuperà solo di recruiting esterno ma dovrà favorire sempre più l’internal recruiting, ossia la copertura di nuovi ruoli guardando alle risorse già presenti in azienda. Il che vuol dire conoscere le aspettative delle persone, capire il loro grado di preparazione e cercare di comunicare in maniera costante la direzione che si sta prendendo.

La strategia e la vision aziendale, dunque, stabiliranno il percorso in cui un’impresa deve muoversi per poi progettare le varie iniziative di apprendimento.

Ridefinire l’ecosistema di apprendimento

Corsi in presenza, online, momenti di microlearning, piattaforme ad hoc, comunità di pratica e così via. Bisognerà dunque ridefinire l’ecosistema di apprendimento.

Questo vorrà dire non solo concentrarsi sull’implementare nuove piattaforme ma anche ripensare a come avviene l’apprendimento e a qual è a tal proposito la predisposizione delle persone.

Un buon modo per iniziare è inviare una survey ai dipendenti, per capire se preferiscono una formazione live oppure on demand, se ritengono più utili minicorsi, pillole formative oppure corsi che occupano intere giornate, o ancora se amano le aule o preferiscono una formazione one to one.

Solo una panoramica delle modalità di apprendimento permetterà di progettare l’ecosistema a partire non solo dai bisogni formativi, ma dalle esigenze personali. Certo, non si potrà venire incontro a tutti, ma si potranno prevedere varie modalità, che si adattino sia a chi ha necessità di upskilling sia in caso di reskilling.

Allo stesso modo si potranno prevedere momenti di coaching, di formazione sul campo, utilizzando il sempre valido “learning by doing” (imparare facendo),

o dei project work. Così come si potrebbe chiedere ai dipendenti di individuare loro stessi dei corsi di autoformazione, che l’azienda, se li ritiene validi, potrà finanziare.

Il tutto in un’ottica di apprendimento continuo. Il mondo ce l’ha insegnato: bisogna continuare a studiare per sentirsi protagonisti di quello che si fa.

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